Jazz [1]: una guida sintetica.

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Questo è il primo di una serie di post sulla storia del jazz. Per questi interventi ho riciclato un articolo che scrissi nel 2006 per la voce ‘jazz‘ dell’Enciclopedia Treccani Ragazzi. Il linguaggio e i concetti sono calibrati sulla fascia d’età a cui era rivolta questa pubblicazione: giovani e giovanissimi lettori. Ho inserito qualche link per eventuali approfondimenti e ascolti.

Il jazz, una tradizione musicale radicata nella cultura afroamericana, nasce e si sviluppa negli Stati Uniti nell’arco del 20° secolo. Le varie trasformazioni che hanno segnato la storia del jazz hanno dato luogo a fenomeni molto diversi sia dal punto di vista stilistico sia nel rapporto con il pubblico: nonostante ciò, il jazz è sempre stato una musica che prende forma e vive nel momento dell’esecuzione, attraverso l’apporto personale dei musicisti. Nato come musica di estrazione popolare e legato strettamente al ballo, oggi il jazz è riconosciuto come espressione artistica con caratteristiche proprie e costituisce un patrimonio musicale ascoltato e praticato in tutto il mondo.

Le origini

L’immagine oggi più diffusa del jazz è quella di un genere musicale raffinato, eseguito nei festival o nei locali specializzati, dove i musicisti creano estemporaneamente la propria musica e il cui ascolto, non sempre ;facile, richiede un certo grado di competenza. Questo corrisponde in parte alla realtà odierna, ma non alle varie fasi stilistiche e ai mutamenti di pubblico che hanno segnato la storia del jazz nell’arco di circa un secolo.

Le origini del jazz – termine gergale statunitense di origine incerta – risalgono ai primi anni del Novecento negli Stati Uniti, nell’ambito delle trasformazioni sociali e culturali che attraversava in quel periodo la ;comunità nera, da poco affrancatasi dalla schiavitù.La deportazione di schiavi provenienti dall’Africa occidentale aveva concentrato nel Sud degli Stati Uniti una vasta popolazione di colore, la cui musica comprendeva una varietà di stili legati a contesti e usi differenti. La chiesa era un luogo di forte aggregazione dove si praticava lo spiritual, un canto collettivo che reinterpretava la tradizione degli inni liturgici protestanti. Ascolta ad esempio: Throw Me Anywhere Lord, un canto religioso eseguito da una congregazione religiosa delle Georgia Sea Island (il filmato è dell’etnomusicologa Bess Lomax Hawes e risale al 1964).

Nel corso del tempo lo Spiritual è confluito in un nuovo genere musicale, il Gospel, con arrrangiamenti più elaborati e la presenza di cantanti solisti d’eccezione. Ascolta Aretha Franklin, una grande interprete di Gospel, in una registrazione del 1972effettuata in una chiesa protestante: Climbing Higher Mountains (trying to get home).

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In un altro celebre brano registrato nella stessa occasione, Amazing Grace, sentirai come Aretha Franklin riesce a coinvolgere tutti i presenti: le incitazioni e il battito di mani costituiscono un ingrediente fondamentale per la resa emozionale di questa registrazione. Ascoltare per credere! Amazing Grace, cantato da Aretha Franklin.

Vi erano poi i worksong (canti di lavoro) e il blues, un canto individuale eseguito generalmente su accompagnamento di chitarra che affrontava in modo semplice e diretto le tematiche legate alla difficile vita quotidiana del nero in America (ascolta i brani Cross Road Blues o Sweet Home Chicago di Robert Johnson).

Infine il ragtime, un raffinato genere pianistico che era l’espressione più colta nel panorama musicale afroamericano di quel periodo.

I caratteri specifici

La pratica dell’improvvisazione. Se il ragtime risente dell’influenza di forme e generi musicali di derivazione ;europea, blues e spiritual costituiscono il principale tramite tra il jazz e la cultura musicale ereditata dall’Africa. Fondamentali sono alcuni aspetti che distinguono la concezione musicale afroamericana da quella europea. In primo luogo la musica afroamericana vive principalmente nel momento dell’esecuzione attraverso il contributo personale del musicista: se la musica classica si basa sulla notazione musicale, nel jazz la musica scritta è solo il punto di partenza che permette all’artista di sviluppare le proprie idee musicali durante l’esecuzione, e talvolta è del tutto assente lo spartito. Questo aspetto si concretizza nella pratica dell’improvvisazione, uno dei principi cardine del jazz, che si può definire come una composizione estemporanea, pensata ed eseguita nello stesso istante e sviluppata sotto le dita del musicista durante lo svolgimento di un brano. Improvvisare non significa ‘andare a casaccio’ o suonare qualsiasi cosa venga in mente, ma al contrario richiede grande competenza e abilità: generalmente l’improvvisazione deve sviluppare un’idea iniziale, deve interagire con le proposte musicali degli altri musicisti e deve essere nel complesso coerente.

Intonazione e ritmo. Gli elementi che caratterizzano l’interpretazione jazzistica non sono facilmente trascrivibili mediante la notazione tradizionale su pentagramma. L’intonazione afroamericana, per esempio, segue inflessioni che dal punto di vista della musica classica europea risulterebbero ‘stonature’; tuttavia sono proprio queste minime oscillazioni della voce che rendono un canto blues particolarmente toccante. Lo stesso vale per il timbro degli strumenti, che ogni musicista jazz cerca di rendere il più possibile personale, talvolta alterandone il suono tradizionale. Il jazz, inoltre, eredita dalla cultura musicale africana una particolare sensibilità ritmica. Anche quando non viene eseguito per il ballo, il ritmo del jazz suggerisce sempre l’idea del movimento e viene ‘ascoltato’ anche con il corpo. Ne è un esempio il concetto di swing, che si ottiene quando il musicista ‘gioca’ con impercettibili fluttuazioni del tempo, che all’ascolto danno un senso di relax e al contempo di propulsione in avanti.

Jazz [4]. La svolta modernista del jazz: dal bobop al free.

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Un nuovo modo di improvvisare: il bebop

In quegli anni alcuni giovani musicisti attivi a New York cercarono di elaborare nuovi modi per improvvisare, costruendo melodie sempre più difficili e intricate. Dizzy Gillespie (tromba), Charlie Parker (sassofono), Thelonious Monk (pianoforte) e Kenny Clarke (batteria) erano gli alfieri di una nuova idea di jazz che si stava sviluppando nei piccoli club di New York e che venne presto chiamata bebop.

Pur essendo personalità diverse, i boppers erano accomunati da una continua ricerca che introduceva nel linguaggio jazzistico aspetti di maggiore complessità, tanto nelle linee melodiche quanto nei ritmi e negli accordi. Le spigolosità di questa nuova musica e lo scioglimento di molte big band negli anni del dopoguerra decretarono un nuovo cambiamento nella fruizione del jazz, che divenne definitivamente una musica da ascoltare e non più da ballare.

Nel bebop tutto è finalizzato a esaltare le capacità improvvisative dei solisti: l’organico strumentale è ridotto e il gruppo tipico è composto dalla sezione ritmica (basso, batteria, pianoforte) e da due fiati (sassofono e tromba). Il lavoro compositivo è marginale e spesso un tema è solo un punto di partenza per lanciare l’improvvisazione (molte composizioni bebop sono tratte dalle canzoni dei musical di Broadway). L’esecuzione di un brano bebop segue spesso uno schema standard: dopo l’esecuzione del tema da parte dei due strumenti a fiato, a turno i vari componenti della band improvvisano nuove melodie, mentre la sezione ritmica continua ad accompagnare sugli accordi del tema; al termine dei diversi assolo, come finale, viene eseguita nuovamente la melodia iniziale.

Nuove personalità: Parker, Miles e Coltrane

In quegli anni si diffuse una crescente insoddisfazione per la discriminazione razziale subita dai neri. La musica bebop, così estrema e di difficile ascolto, divenne un elemento di ribellione contro la commercializzazione del jazz e Charlie Parker, improvvisatore dalla fantasia straordinaria e dalla vita sregolata, fu considerato, dopo la morte prematura, l’eroe di questa rivoluzione musicale.

A partire dagli anni Cinquanta le innovazioni apportate dal bebop aprirono la strada a nuove personalità. Tra queste spicca il trombettista Miles Davis, che in una lunghissima carriera continuò a rinnovare il suo stile.

Pur realizzando progetti nuovi e sofisticati Davis riuscì a non tradire l’eredità del bebop: la collaborazione con musicisti bianchi portò ad esempio al cosiddetto cool jazz, dalle sonorità morbide e dallo swing rilassato (cool). Nel gruppo di Davis emerse John Coltrane, un sassofonista protagonista di un percorso assai personale: la sua padronanza nell’improvvisazione raggiunse livelli di complessità impensabili e il suo afflato mistico lo rese una sorta di guida spirituale nel panorama jazzistico (ascolta lo struggente Alabama, dedicato ad una giovane vittima della persecuzione razziale negli Stati Uniti).

Free jazz e contaminazioni

Nei primi anni Sessanta la comunità afroamericana fu protagonista di un forte movimento di rivendicazione dei propri diritti e di conseguenza anche la musica jazz diventò strumento di critica sociale. Ciò emerse per esempio nell’impegno di musicisti come Max Roach e nei titoli esplicitamente politici delle composizioni di Charles Mingus (ascolta e suona i brani Boogie stop shuffle e Haitian Fight Song).

Il legame tra jazz e impegno politico era rappresentato soprattutto da alcuni esponenti del movimento free jazz (dal titolo di un disco del sassofonista Ornette Coleman).

La libertà da vincoli e convenzioni portò a una musica interamente basata sull’invenzione estemporanea, senza ruoli distinti tra i vari strumenti e il cui risultato sonoro è spesso impulsivo, talvolta stridente ed estremo, altre volte liberatorio ed energico, come nel caso di Roland Kirk (ascolta e suona la sua Serenade to a Cuckoo).

Contemporaneamente, il jazz diventò un fenomeno d’élite, seguito da una stretta cerchia di ascoltatori, mentre la maggior parte del mondo giovanile era attratta dalla musica rock. Fu Miles Davis ad accorgersi di questa frattura e a sperimentare l’incontro tra i due generi musicali: i suoi dischi degli anni Settanta introdussero per la prima volta nel jazz le sonorità elettriche del rock.

Negli anni ottanta il jazz subisce anche un processo di istuzionalizzazione, con la nascita di organizzazioni che promuovono lo studio e la conservazione del jazz del passato. Emergono in questo periodo musicisti, come Winton Marsalis, che promuovono un stile di jazz ‘classico’, maggiormente legato alla tradizione e alternativo alle asprezze dell’avanguardia (ascolta e suona il brano Mo’ better blues di Marsalis).

Il panorama jazzistico degli ultimi vent’anni è molto frastagliato ed è difficile trovare un denominatore comune di tutte le tendenze in atto. In molti casi il jazz è diventato il luogo di incontro tra differenti generi musicali (come le collaborazioni tra il sassofonista Steve Coleman e alcuni cantanti rap) o tra tradizioni di paesi lontani; alcuni musicisti sintetizzano questa molteplicità di influenze, tipica dell’era dei mass media, costruendo disorientanti collage stilistici (come il sassofonista John Zorn).

La diffusione del jazz su scala mondiale ha fatto sì che nel corso degli ultimi decenni le novità non siano arrivate soltanto dagli USA. In Europa si è sviluppata l’idea di improvvisazione radicale nata in seno al free jazz. In particolare in Italia si sono affermate personalità dallo stile ricco di lirismo e di espressività (come il trombettista Enrico Rava) e che hanno saputo rielaborare in modo originale la tradizione popolare italiana (come il sassofonista Gianluigi Trovesi).

Jazz [3]: Duke Ellington e gli anni dello swing

 

 

A New York

Sul finire degli anni Venti a New York nacquero alcuni locali dedicati al solo pubblico bianco. Nel celebre Cotton club gli spettacoli di danza e cabaret erano spesso ambientati in un’Africa selvaggia e coinvolgevano, per la musica di scena, alcune delle più importanti orchestre nere di jazz.

In questo panorama spicca la figura di Duke Ellington che riuscì a ottenere dall’orchestra un timbro inconfondibile, a tratti così misterioso e cupo da essere definito stile jungle («giungla»).

Ellington fu il primo musicista neroamericano a essere riconosciuto come un compositore a tutti gli effetti e le sue esecuzioni si imponevano a un ascolto attento e concentrato. Talvolta i suoi brani oltrepassavano i tradizionali tre minuti imposti dai limiti di durata del disco a 78 giri.

Non a caso Ellington fu anche il primo musicista jazz afroamericano a essere accolto nelle grandi sale da concerto riservate alla musica classica. A New York, dove prevaleva un’idea di jazz orchestrale e sofisticato, anche importanti compositori bianchi, come Gershwin, cercarono di assimilarne il linguaggio.

L’era dello swing

La crisi economica che investì gli Stati Uniti nel 1929 ebbe ripercussioni anche nel mondo dell’intrattenimento, e molti jazzisti dovettero rallentare o interrompere l’attività musicale. Quando l’economia iniziò a risvegliarsi i contorni del jazz erano nuovamente cambiati. La giovane borghesia bianca americana non vedeva più in questa musica un simbolo di trasgressione e il jazz, che in quel periodo era chiamato swing, furoreggiava tra i giovani come sottofondo ideale per ballare e divertirsi. Sono gli anni delle cosiddette big band, orchestre composte da tre sezioni di fiati (generalmente tre sassofoni, tre trombe e due tromboni) e da una sezione ritmica (chitarra, pianoforte, contrabbasso e batteria). A parte poche eccezioni, come Ellington, in quel periodo le big band erano guidate per lo più da band leaders bianchi – quali il clarinettista Benny Goodman – che, proponendo una musica semplice e poco impegnativa, dal ritmo ballabile e rilassato, contribuivano al clima di ottimismo necessario all’America per sollevarsi dalla crisi.

Nell’era dello swing (tra il 1935 e il 1945) la musica da ballo, diffusa da seguitissime trasmissioni radiofoniche, era piuttosto uniforme, ma permetteva a giovani arrangiatori di sperimentare nuove soluzioni compositive. Inoltre la crescente popolarità di questa musica contribuì a migliorare l’immagine del jazz nell’opinione pubblica. I gruppi guidati dal pianista Count Basie seguivano invece un percorso diverso, nel quale si lasciava sempre più spazio alle improvvisazioni dei solisti.

Si diffuse così la pratica della jam session, un incontro tra musicisti che decidono di suonare insieme ed eventualmente di mettere alla prova la propria abilità sfidandosi in lunghe improvvisazioni. L’originalità dello stile improvvisativo diventò un fattore sempre più determinante, e grazie ai livelli raggiunti da solisti come Lester Young e Coleman Hawkins il sassofono si impose come strumento principe dell’assolo jazzistico.

Jazz [2]. Da New Orleans a Chicago.

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Il primo jazz a New Orleans

La creazione di un nuovo tipo di musica. È difficile stabilire con precisione in che modo, a partire dai vari generi e stili musicali presenti in America agli inizi del Novecento, si venne a creare un nuovo tipo di musica che gradualmente prese il nome di jazz. Ciò dipende dal fatto che le prime registrazioni discografiche risalgono a diversi anni più tardi, quando ormai il jazz era un fenomeno diffuso e riconosciuto, per cui non possiamo sapere veramente quale fosse il suono del primo jazz.

Nella nascita del jazz ha un ruolo fondamentale New Orleans, il porto commerciale della Louisiana: agli inizi del secolo la sua popolazione era composita e comprendeva afroamericani insieme a Francesi, Spagnoli e Inglesi. A New Orleans inoltre si eseguiva musica di tutti i tipi: ogni evento pubblico era l’occasione per un ballo o per una fanfara di ottoni, nei teatri si tenevano rappresentazioni operistiche e, mentre per strada si esibivano anonimi cantanti blues, nel quartiere a luci rosse chiamato Storyville trovavano impiego i migliori pianisti di ragtime.

Creoli e neri. Al tempo della schiavitù, la popolazione afroamericana era divisa in due gruppi: i creoli di sangue misto, da tempo resi liberi e integrati nella vita cittadina, e i neri, che vivevano in condizioni assai disagiate. Molti creoli avevano ricevuto un’educazione musicale di stampo europeo e si differenziavano da quei musicisti neri (come i suonatori di blues) che erano musicalmente autodidatti. Con la fine della schiavitù (1865) e l’inasprirsi dei sentimenti razzisti nel Sud degli Stati Uniti, i creoli perdettero la loro posizione di privilegio e si ritrovarono a subire insieme ai neri la discriminazione razziale. Negli stessi anni la crescente richiesta di musica d’intrattenimento favorì la collaborazione tra musicisti creoli e neri, che cercarono di integrare le loro differenti concezioni musicali.

Nacquero così piccoli complessi formati da pochi strumenti a fiato (clarinetto, cornetta, trombone) con l’accompagnamento di contrabbasso (o bassotuba), banjo e batteria, la cui musica attingeva tanto alla tradizione bandistica europea quanto al ragtime e al blues (ascolta e suona il brano tradizionale Oh When the Saints). Questo modo di suonare, che venne successivamente denominato stile New Orleans, prevedeva momenti di cosiddetta polifonia improvvisata: un modo di arricchire una melodia di base dove gli strumenti a fiato si inseguono in un fitto intreccio di melodie, originando una festosa musica collettiva.

Gli anni Venti a Chicago

La musica di New Orleans raccolse per la prima volta l’interesse del vasto pubblico americano dopo che nel 1917 un gruppo di eccentrici musicisti bianchi (l’Original Dixieland jazz band) registrò quello che è considerato il primo disco jazz. In questo periodo gran parte della popolazione nera del Sud si stava spostando in cerca di lavoro, concentrandosi nei più importanti centri industriali statunitensi, come Chicago, che divenne il fulcro dell’attività musicale neroamericana degli anni Venti. Per il pubblico nero il jazz rappresentava ormai la principale musica di intrattenimento e per soddisfare questa richiesta le compagnie discografiche della città iniziarono ad attingere al ricco bacino di musicisti afroamericani. In particolare quelli provenienti da New Orleans, come il trombettista King Oliver, il sassofonista Sidney Bechet o il compositore e pianista Jelly Roll Morton, nelle cui registrazioni lo stile New Orleans raggiunse un perfetto equilibrio tra la cura degli arrangiamenti e l’apporto individuale dei membri della band.

Con la crescente diffusione del jazz i musicisti affinarono sempre di più la capacità di improvvisare nuove melodie a partire da un tema di riferimento. Tra loro, un giovane trombettista di New Orleans di nome Louis Armstrong si distinse subito come una personalità musicale d’eccezione. Grazie alla padronanza dello strumento e alle idee ritmiche innovative, Armstrong diventò ben presto un punto di riferimento per tutti i jazzisti. Il suono della sua tromba e il suo modo di improvvisare erano immediatamente riconoscibili e conferivano un vigore ritmico – uno swing – fino ad allora sconosciuto. Il percorso di Armstrong segnò una svolta nell’idea stessa di jazz: nacque l’esibizione del musicista solista che propone nuove invenzioni melodiche sostenuto dall’accompagnamento del resto della band.