Jazz [4]. La svolta modernista del jazz: dal bobop al free.

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Un nuovo modo di improvvisare: il bebop

In quegli anni alcuni giovani musicisti attivi a New York cercarono di elaborare nuovi modi per improvvisare, costruendo melodie sempre più difficili e intricate. Dizzy Gillespie (tromba), Charlie Parker (sassofono), Thelonious Monk (pianoforte) e Kenny Clarke (batteria) erano gli alfieri di una nuova idea di jazz che si stava sviluppando nei piccoli club di New York e che venne presto chiamata bebop.

Pur essendo personalità diverse, i boppers erano accomunati da una continua ricerca che introduceva nel linguaggio jazzistico aspetti di maggiore complessità, tanto nelle linee melodiche quanto nei ritmi e negli accordi. Le spigolosità di questa nuova musica e lo scioglimento di molte big band negli anni del dopoguerra decretarono un nuovo cambiamento nella fruizione del jazz, che divenne definitivamente una musica da ascoltare e non più da ballare.

Nel bebop tutto è finalizzato a esaltare le capacità improvvisative dei solisti: l’organico strumentale è ridotto e il gruppo tipico è composto dalla sezione ritmica (basso, batteria, pianoforte) e da due fiati (sassofono e tromba). Il lavoro compositivo è marginale e spesso un tema è solo un punto di partenza per lanciare l’improvvisazione (molte composizioni bebop sono tratte dalle canzoni dei musical di Broadway). L’esecuzione di un brano bebop segue spesso uno schema standard: dopo l’esecuzione del tema da parte dei due strumenti a fiato, a turno i vari componenti della band improvvisano nuove melodie, mentre la sezione ritmica continua ad accompagnare sugli accordi del tema; al termine dei diversi assolo, come finale, viene eseguita nuovamente la melodia iniziale.

Nuove personalità: Parker, Miles e Coltrane

In quegli anni si diffuse una crescente insoddisfazione per la discriminazione razziale subita dai neri. La musica bebop, così estrema e di difficile ascolto, divenne un elemento di ribellione contro la commercializzazione del jazz e Charlie Parker, improvvisatore dalla fantasia straordinaria e dalla vita sregolata, fu considerato, dopo la morte prematura, l’eroe di questa rivoluzione musicale.

A partire dagli anni Cinquanta le innovazioni apportate dal bebop aprirono la strada a nuove personalità. Tra queste spicca il trombettista Miles Davis, che in una lunghissima carriera continuò a rinnovare il suo stile.

Pur realizzando progetti nuovi e sofisticati Davis riuscì a non tradire l’eredità del bebop: la collaborazione con musicisti bianchi portò ad esempio al cosiddetto cool jazz, dalle sonorità morbide e dallo swing rilassato (cool). Nel gruppo di Davis emerse John Coltrane, un sassofonista protagonista di un percorso assai personale: la sua padronanza nell’improvvisazione raggiunse livelli di complessità impensabili e il suo afflato mistico lo rese una sorta di guida spirituale nel panorama jazzistico (ascolta lo struggente Alabama, dedicato ad una giovane vittima della persecuzione razziale negli Stati Uniti).

Free jazz e contaminazioni

Nei primi anni Sessanta la comunità afroamericana fu protagonista di un forte movimento di rivendicazione dei propri diritti e di conseguenza anche la musica jazz diventò strumento di critica sociale. Ciò emerse per esempio nell’impegno di musicisti come Max Roach e nei titoli esplicitamente politici delle composizioni di Charles Mingus (ascolta e suona il brano Boogie stop shuffle, di Mingus).

Il legame tra jazz e impegno politico era rappresentato soprattutto da alcuni esponenti del movimento free jazz (dal titolo di un disco del sassofonista Ornette Coleman).

La libertà da vincoli e convenzioni portò a una musica interamente basata sull’invenzione estemporanea, senza ruoli distinti tra i vari strumenti e il cui risultato sonoro è spesso impulsivo, talvolta stridente ed estremo, altre volte liberatorio ed energico, come nel caso di Roland Kirk (ascolta e suona la sua Serenade to a Cuckoo).

Contemporaneamente, il jazz diventò un fenomeno d’élite, seguito da una stretta cerchia di ascoltatori, mentre la maggior parte del mondo giovanile era attratta dalla musica rock. Fu Miles Davis ad accorgersi di questa frattura e a sperimentare l’incontro tra i due generi musicali: i suoi dischi degli anni Settanta introdussero per la prima volta nel jazz le sonorità elettriche del rock.

Negli anni ottanta il jazz subisce anche un processo di istuzionalizzazione, con la nascita di organizzazioni che promuovono lo studio e la conservazione del jazz del passato. Emergono in questo periodo musicisti, come Winton Marsalis, che promuovono un stile di jazz ‘classico’, maggiormente legato alla tradizione e alternativo alle asprezze dell’avanguardia (ascolta e suona il brano Mo’ better blues di Marsalis).

Il panorama jazzistico degli ultimi vent’anni è molto frastagliato ed è difficile trovare un denominatore comune di tutte le tendenze in atto. In molti casi il jazz è diventato il luogo di incontro tra differenti generi musicali (come le collaborazioni tra il sassofonista Steve Coleman e alcuni cantanti rap) o tra tradizioni di paesi lontani; alcuni musicisti sintetizzano questa molteplicità di influenze, tipica dell’era dei mass media, costruendo disorientanti collage stilistici (come il sassofonista John Zorn).

La diffusione del jazz su scala mondiale ha fatto sì che nel corso degli ultimi decenni le novità non siano arrivate soltanto dagli USA. In Europa si è sviluppata l’idea di improvvisazione radicale nata in seno al free jazz. In particolare in Italia si sono affermate personalità dallo stile ricco di lirismo e di espressività (come il trombettista Enrico Rava) e che hanno saputo rielaborare in modo originale la tradizione popolare italiana (come il sassofonista Gianluigi Trovesi).

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