Jazz [3]: Duke Ellington e gli anni dello swing

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A New York

Sul finire degli anni Venti a New York nacquero alcuni locali dedicati al solo pubblico bianco. Nel celebre Cotton club gli spettacoli di danza e cabaret erano spesso ambientati in un’Africa selvaggia e coinvolgevano, per la musica di scena, alcune delle più importanti orchestre nere di jazz.

In questo panorama spicca la figura di Duke Ellington che riuscì a ottenere dall’orchestra un timbro inconfondibile, a tratti così misterioso e cupo da essere definito stile jungle («giungla»).

Ellington fu il primo musicista neroamericano a essere riconosciuto come un compositore a tutti gli effetti e le sue esecuzioni si imponevano a un ascolto attento e concentrato. Talvolta i suoi brani oltrepassavano i tradizionali tre minuti imposti dai limiti di durata del disco a 78 giri.

Non a caso Ellington fu anche il primo musicista jazz afroamericano a essere accolto nelle grandi sale da concerto riservate alla musica classica. A New York, dove prevaleva un’idea di jazz orchestrale e sofisticato, anche importanti compositori bianchi, come Gershwin, cercarono di assimilarne il linguaggio.

L’era dello swing

La crisi economica che investì gli Stati Uniti nel 1929 ebbe ripercussioni anche nel mondo dell’intrattenimento, e molti jazzisti dovettero rallentare o interrompere l’attività musicale. Quando l’economia iniziò a risvegliarsi i contorni del jazz erano nuovamente cambiati. La giovane borghesia bianca americana non vedeva più in questa musica un simbolo di trasgressione e il jazz, che in quel periodo era chiamato swing, furoreggiava tra i giovani come sottofondo ideale per ballare e divertirsi. Sono gli anni delle cosiddette big band, orchestre composte da tre sezioni di fiati (generalmente tre sassofoni, tre trombe e due tromboni) e da una sezione ritmica (chitarra, pianoforte, contrabbasso e batteria). A parte poche eccezioni, come Ellington, in quel periodo le big band erano guidate per lo più da band leaders bianchi – quali il clarinettista Benny Goodman – che, proponendo una musica semplice e poco impegnativa, dal ritmo ballabile e rilassato, contribuivano al clima di ottimismo necessario all’America per sollevarsi dalla crisi.

Nell’era dello swing (tra il 1935 e il 1945) la musica da ballo, diffusa da seguitissime trasmissioni radiofoniche, era piuttosto uniforme, ma permetteva a giovani arrangiatori di sperimentare nuove soluzioni compositive. Inoltre la crescente popolarità di questa musica contribuì a migliorare l’immagine del jazz nell’opinione pubblica. I gruppi guidati dal pianista Count Basie seguivano invece un percorso diverso, nel quale si lasciava sempre più spazio alle improvvisazioni dei solisti.

Si diffuse così la pratica della jam session, un incontro tra musicisti che decidono di suonare insieme ed eventualmente di mettere alla prova la propria abilità sfidandosi in lunghe improvvisazioni. L’originalità dello stile improvvisativo diventò un fattore sempre più determinante, e grazie ai livelli raggiunti da solisti come Lester Young e Coleman Hawkins il sassofono si impose come strumento principe dell’assolo jazzistico.

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