Una visita agli studi di Abbey ‘Road

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Ricordate la celebre copertina del disco dei Beatles? Bene, oltre quelle strisce pedonali c’erano gli studi di Abbey Road, che sono tutt’ora tra gli studi di registrazione migliori al mondo. Una fantastica iniziativa di Google permette di addentrarsi negli studi con una visita virtuale, passeggiare osservando l’attrezzatura, guardare in time-lapse come sono state registrate alcune importanti colonne sonore. Il tutto avviene attraverso il sito Abbey Road recording studios.

E’ possibile visitare quattro diverse sale di registrazione e la consolle del mixer.

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Inoltre il sito integra un’app particolarmente adatta ad un uso didattico, che permette di simulare il missaggio di un brano a quattro tracce. Dopo aver ascoltato un brano nella versione originale, potete mettere alla prova il vostro orecchio di fonico: muovendo i cursori del mixer e cambiando i livelli delle varie tracce, dovrete cercare di avvicinarvi il più possibile al missaggio originale. Il responso del programma vi dirà in che percentuale vi siete avvicinati al modello ascoltato.

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Buon divertimento!

Dirigere un’orchestra [virtuale] in classe con Leap motion, Geco midi e Kontakt

Virtual conducting at school with Leap motion, Geco midi, Kontakt and Albion spitfire. 

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Grafica di Hidden Characters [Budapest]

Dopo aver approfondito le famiglie strumentali dell’orchestra e il ruolo del direttore, nelle classi prime e seconde abbiamo svolto un piccolo esperimento, utilizzando il sensore di movimento prodotto da Leap motion.

Il sensore Leap motion utilizza l’emissione di raggi infrarossi per identificare la posizione delle mani nello spazio in un raggio d’azione ridotto. In questo modo, con l’aiuto di alcuni softwares, è possibile controllare in tempo reale numerosi parametri di tipo continuo semplicemente spostando la posizione delle mani nello spazio. Programmando i parametri di diversi programmi (Geco midi, Loopmidi, Kontakt della Native Instruments con i campioni orchestrali Albion della Spitfire) è possibile simulare un laboratorio di orchestrazione, dove, attraverso il movimento della mano, gli studenti assegnano una traccia musicale alle diverse parti dell’orchestra.
L’attività che ho organizzato prevede due esecutori, riprendendo il modello Mussorgsky / Ravel esaminato per Quadri da un’esposizione: una traccia musicale pensata per il pianoforte subisce in tempo reale un processo di orchestrazione e acquista una nuova dimensione espressiva con la ricchezza timbrica e la dinamica variabile dell’orchestra.
L’attività prevede due performer:
– un ‘pianista’ (Studente A) svolge il ruolo del compositore. Agli studenti coinvolti in questo ruolo è stato chiesto di improvvisare una melodia, una serie di accordi o un elemento ritmico usando una tastiera midi a 88 tasti.
-un ‘direttore’ (Studente B) svolge il ruolo dell’orchestratore e insieme del direttore d’orchestra. Muovendo la mano lungo i tre assi assegna le altezze provenienti dalla tastiera ai vari strumenti dell’orchestra, divisi nelle tre famiglie di archi (asse y), legni (asse x) e ottoni (asse z).
Inoltre, lo studente A ha la possibilità di attivare i colpi di timpano accentando le note nel registro grave (tecnicamente: i colpi di timpano si aggiungono quando le note vengono eseguite ad intensità più forte, con velocity superiore ad una certa soglia).

In questa immagine ho schematizzato i ruoli dei due studenti coinvolti.

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La regolazione dei parametri e degli elementi midi ha richiesto parecchio tempo e numerosi tentativi, ma il risultato senza dubbio ripaga della fatica! Per fortuna avevo a disposizione un fantastico video tutorial a cura del compositore israeliano Hagai Davidoff, fonte di ispirazione per l’intero processo.
Per chi volesse entrare nei dettagli, ho realizzato uno schema dei collegamenti tra gli elementi.Leap motion geco

Ecco, in queste foto, come appariva tutto ciò in aula: il sensore di movimento è il piccolo parallelepipedo nero (in basso a sinistra) su cui deve muoversi la mano del ‘direttore’. Ho pensato di mettere il ‘tastierista’ e il ‘direttore’ uno di fronte all’altro, per facilitare l’interazione tra i due.

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Tutto pronto per iniziare a dirigere!

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Leap motion e tastiera midi con vista sul parco. Molto malheriano!

Il software Geco midi converte la posizione delle mani in valori di control changes che invia su un canale di midi out. Nel mio caso ho assegnato questi valori ai volumi dei vari strumenti, ma le possibilità per utilizzare questo sensore di movimento sono innumerevoli. Sul blog Jamming Signal trovate una guida dettagliata per utilizzare il Leap motion come controller midi attraverso il software Geco midi.
In un prossimo post inserirò la registrazione dei risultati (a mio parere entusiasmanti).

Invenzioni elettroniche. I brani degli studenti [audiotool playlist 2015].

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Anche quest’anno l’attività delle terze si è conclusa con un lavoro di gruppo che prevedeva principalmente l’utilizzo di software wab-based audiotool.com, notelfight.

I brani nascono da brevi ostinati (riff) scritti dagli studenti con il programma di notazione musicale noteflight. Questi sono stati esportati in formato MIDI e inseriti nell’ambiente di lavoro di audiotool, per poi essere trattati timbricamente attraverso sintetizzatori ed effetti. A questo materiale gli studenti aggiunto, a piacimento: suoni ‘concreti’ provenienti dall’archivio freesound.org, suoni registrati attraverso dispositivi vari, suoni di sintesi realizzati con il software Virtual ANS, ed eventualmente brevi citazioni da prodotti audiovisivi (film e videogiochi). Il tutto è stato sviluppato e mixato nell’ambiente di lavoro di audiotool.com. I brani di quest’anno sono stati realizzati da gruppi di studenti delle classi 3e della scuola Caduti per la Libertà di Anzola dell’Emilia (BO).

I risultati sonori rivelano il mondo narrativo e musicale vissuto dai ragazzi, mescolando atmosfere sonore ‘d’avanguardia’ agli stilemi tipici della musica techno e dubstep. C’è ancora molto da perfezionare, ma gli inizi sono promettenti, che ne dite?

Per chi fosse incuriosito da questa incursione adolescenziale nel modo della musica elettronica, ecco la nostra playlist.

La grande magia dell’orchestrazione.

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Una delle abilità che le persone comuni invidiano maggiormente ad un compositore è la capacità, stupefacente e per certi versi misteriosa, di immaginare, di fronte ad una partitura, il suono risultante dall’amalgama dell’orchestra. Per un compositore infatti una prassi consueta consiste nel preparare un brano inizialmente al pianoforte e di decidere solo in un secondo momento a quali strumenti affidare ogni parte: una fase che si chiama ‘orchestrazione’. Solitamente a scuola si dedica parecchio tempo (forse troppo!) allo studio degli strumenti, alla loro storia ed eventualmente alla loro classificazione. Avvicinare gli studenti alla magia dell’orchestrazione è un traguardo molto più difficile se non si ha a disposizione un’orchestra con cui sperimentare diverse soluzioni timbriche. La medesima melodia può risultare assertiva e dignitosa con un violoncello, goffa e grottesca con un fagotto, cupa e minacciosa con un trombone, e le combinazioni timbriche che si possono ottenere sovrapponendo i diversi strumenti sono quasi infinite! Il sito didattico della New York Philharmonic Orchestra fornisce un’utile gioco online per avvicinarsi all’arte dell’orchestratore. Agli studenti viene offerta l’opportunità di mettersi nei panni dell’orchestratore, sperimentando diverse soluzioni di orchestrazione a partire da un un esempio celeberrimo: l’episodio del Vecchio castello tratto dai Quadri da un’esposizione di Modest Mussorgsky.

Il brano originale, per solo pianoforte, si basa su tre semplici linee melodiche, ben riconoscibili in questa rappresentazione grafica.

Sappiamo che Maurice Ravel orchestrò questo brano assegnando ogni parte ad un diverso strumento. Puoi provare tu stesso a sperimentare diverse soluzioni timbriche con il programma Orchestration station. Questo video ne illustra il funzionamento).

Una volta entrati nel programma Orchestration station potete decidere a quale strumento affidare una delle tre parti del brano, scegliendo tra trombone, fagotto, violino, clarinetto, violoncello e tromba. Trascinando gli strumenti sulle sedie vuote, assegnerete un timbro alla relativa parte, con la possibilità di raddoppiare o creare amalgami di due strumenti per la medesima parte. Il risultato sonoro si basa su parti interpretate e registrate, quindi risulta particolarmente gratificante.
Attenzione: per funzionare il programma richiede l’installazione del plugin aggiuntivo Shockwave. Come è noto il brano fu scritto da Mussorgsky per il solo pianoforte e solo successivamente il compositore francese Maurice Ravel orchestò lo spartito per orchestra. Allora, dopo aver provato le diverse combinazioni, vi è venuta la curiosità di ascoltare come Ravel ha immaginato il brano per orchestra?

*** Lo studio degli strumenti musicali, organologia, è una disciplina che prende il nome dal termine organum (‘strumento’ in latino). Il sistema di classificazione degli strumenti ancora oggi in uso fu elaborato dagli studiosi Erich Moritz von Hornbostel e Curt Sachs agli inizi del novecento. Se sei interessato all’argomento, guarda questa utile presentazione sulla classificazione degli strumenti musicali su slideshare.

Inoltre: per chi volesse cimentarsi nell’esecuzione del brano ecco un video tutorial, con la partitura e l’esecuzione didattica ad un tempo estremamente lento, per poter essere seguita dai principianti.

La partitura, oggi il brano non è più coperto dal copiright, può essere scaricata qui.

Jazz [4]. La svolta modernista del jazz: dal bobop al free.

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Un nuovo modo di improvvisare: il bebop

In quegli anni alcuni giovani musicisti attivi a New York cercarono di elaborare nuovi modi per improvvisare, costruendo melodie sempre più difficili e intricate. Dizzy Gillespie (tromba), Charlie Parker (sassofono), Thelonious Monk (pianoforte) e Kenny Clarke (batteria) erano gli alfieri di una nuova idea di jazz che si stava sviluppando nei piccoli club di New York e che venne presto chiamata bebop.

Pur essendo personalità diverse, i boppers erano accomunati da una continua ricerca che introduceva nel linguaggio jazzistico aspetti di maggiore complessità, tanto nelle linee melodiche quanto nei ritmi e negli accordi. Le spigolosità di questa nuova musica e lo scioglimento di molte big band negli anni del dopoguerra decretarono un nuovo cambiamento nella fruizione del jazz, che divenne definitivamente una musica da ascoltare e non più da ballare.

Nel bebop tutto è finalizzato a esaltare le capacità improvvisative dei solisti: l’organico strumentale è ridotto e il gruppo tipico è composto dalla sezione ritmica (basso, batteria, pianoforte) e da due fiati (sassofono e tromba). Il lavoro compositivo è marginale e spesso un tema è solo un punto di partenza per lanciare l’improvvisazione (molte composizioni bebop sono tratte dalle canzoni dei musical di Broadway). L’esecuzione di un brano bebop segue spesso uno schema standard: dopo l’esecuzione del tema da parte dei due strumenti a fiato, a turno i vari componenti della band improvvisano nuove melodie, mentre la sezione ritmica continua ad accompagnare sugli accordi del tema; al termine dei diversi assolo, come finale, viene eseguita nuovamente la melodia iniziale.

Nuove personalità: Parker, Miles e Coltrane

In quegli anni si diffuse una crescente insoddisfazione per la discriminazione razziale subita dai neri. La musica bebop, così estrema e di difficile ascolto, divenne un elemento di ribellione contro la commercializzazione del jazz e Charlie Parker, improvvisatore dalla fantasia straordinaria e dalla vita sregolata, fu considerato, dopo la morte prematura, l’eroe di questa rivoluzione musicale.

A partire dagli anni Cinquanta le innovazioni apportate dal bebop aprirono la strada a nuove personalità. Tra queste spicca il trombettista Miles Davis, che in una lunghissima carriera continuò a rinnovare il suo stile.

Pur realizzando progetti nuovi e sofisticati Davis riuscì a non tradire l’eredità del bebop: la collaborazione con musicisti bianchi portò ad esempio al cosiddetto cool jazz, dalle sonorità morbide e dallo swing rilassato (cool). Nel gruppo di Davis emerse John Coltrane, un sassofonista protagonista di un percorso assai personale: la sua padronanza nell’improvvisazione raggiunse livelli di complessità impensabili e il suo afflato mistico lo rese una sorta di guida spirituale nel panorama jazzistico (ascolta lo struggente Alabama, dedicato ad una giovane vittima della persecuzione razziale negli Stati Uniti).

Free jazz e contaminazioni

Nei primi anni Sessanta la comunità afroamericana fu protagonista di un forte movimento di rivendicazione dei propri diritti e di conseguenza anche la musica jazz diventò strumento di critica sociale. Ciò emerse per esempio nell’impegno di musicisti come Max Roach e nei titoli esplicitamente politici delle composizioni di Charles Mingus (ascolta e suona il brano Boogie stop shuffle, di Mingus).

Il legame tra jazz e impegno politico era rappresentato soprattutto da alcuni esponenti del movimento free jazz (dal titolo di un disco del sassofonista Ornette Coleman).

La libertà da vincoli e convenzioni portò a una musica interamente basata sull’invenzione estemporanea, senza ruoli distinti tra i vari strumenti e il cui risultato sonoro è spesso impulsivo, talvolta stridente ed estremo, altre volte liberatorio ed energico, come nel caso di Roland Kirk (ascolta e suona la sua Serenade to a Cuckoo).

Contemporaneamente, il jazz diventò un fenomeno d’élite, seguito da una stretta cerchia di ascoltatori, mentre la maggior parte del mondo giovanile era attratta dalla musica rock. Fu Miles Davis ad accorgersi di questa frattura e a sperimentare l’incontro tra i due generi musicali: i suoi dischi degli anni Settanta introdussero per la prima volta nel jazz le sonorità elettriche del rock.

Negli anni ottanta il jazz subisce anche un processo di istuzionalizzazione, con la nascita di organizzazioni che promuovono lo studio e la conservazione del jazz del passato. Emergono in questo periodo musicisti, come Winton Marsalis, che promuovono un stile di jazz ‘classico’, maggiormente legato alla tradizione e alternativo alle asprezze dell’avanguardia (ascolta e suona il brano Mo’ better blues di Marsalis).

Il panorama jazzistico degli ultimi vent’anni è molto frastagliato ed è difficile trovare un denominatore comune di tutte le tendenze in atto. In molti casi il jazz è diventato il luogo di incontro tra differenti generi musicali (come le collaborazioni tra il sassofonista Steve Coleman e alcuni cantanti rap) o tra tradizioni di paesi lontani; alcuni musicisti sintetizzano questa molteplicità di influenze, tipica dell’era dei mass media, costruendo disorientanti collage stilistici (come il sassofonista John Zorn).

La diffusione del jazz su scala mondiale ha fatto sì che nel corso degli ultimi decenni le novità non siano arrivate soltanto dagli USA. In Europa si è sviluppata l’idea di improvvisazione radicale nata in seno al free jazz. In particolare in Italia si sono affermate personalità dallo stile ricco di lirismo e di espressività (come il trombettista Enrico Rava) e che hanno saputo rielaborare in modo originale la tradizione popolare italiana (come il sassofonista Gianluigi Trovesi).

Jazz [3]: Duke Ellington e gli anni dello swing

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A New York

Sul finire degli anni Venti a New York nacquero alcuni locali dedicati al solo pubblico bianco. Nel celebre Cotton club gli spettacoli di danza e cabaret erano spesso ambientati in un’Africa selvaggia e coinvolgevano, per la musica di scena, alcune delle più importanti orchestre nere di jazz.

In questo panorama spicca la figura di Duke Ellington che riuscì a ottenere dall’orchestra un timbro inconfondibile, a tratti così misterioso e cupo da essere definito stile jungle («giungla»).

Ellington fu il primo musicista neroamericano a essere riconosciuto come un compositore a tutti gli effetti e le sue esecuzioni si imponevano a un ascolto attento e concentrato. Talvolta i suoi brani oltrepassavano i tradizionali tre minuti imposti dai limiti di durata del disco a 78 giri.

Non a caso Ellington fu anche il primo musicista jazz afroamericano a essere accolto nelle grandi sale da concerto riservate alla musica classica. A New York, dove prevaleva un’idea di jazz orchestrale e sofisticato, anche importanti compositori bianchi, come Gershwin, cercarono di assimilarne il linguaggio.

L’era dello swing

La crisi economica che investì gli Stati Uniti nel 1929 ebbe ripercussioni anche nel mondo dell’intrattenimento, e molti jazzisti dovettero rallentare o interrompere l’attività musicale. Quando l’economia iniziò a risvegliarsi i contorni del jazz erano nuovamente cambiati. La giovane borghesia bianca americana non vedeva più in questa musica un simbolo di trasgressione e il jazz, che in quel periodo era chiamato swing, furoreggiava tra i giovani come sottofondo ideale per ballare e divertirsi. Sono gli anni delle cosiddette big band, orchestre composte da tre sezioni di fiati (generalmente tre sassofoni, tre trombe e due tromboni) e da una sezione ritmica (chitarra, pianoforte, contrabbasso e batteria). A parte poche eccezioni, come Ellington, in quel periodo le big band erano guidate per lo più da band leaders bianchi – quali il clarinettista Benny Goodman – che, proponendo una musica semplice e poco impegnativa, dal ritmo ballabile e rilassato, contribuivano al clima di ottimismo necessario all’America per sollevarsi dalla crisi.

Nell’era dello swing (tra il 1935 e il 1945) la musica da ballo, diffusa da seguitissime trasmissioni radiofoniche, era piuttosto uniforme, ma permetteva a giovani arrangiatori di sperimentare nuove soluzioni compositive. Inoltre la crescente popolarità di questa musica contribuì a migliorare l’immagine del jazz nell’opinione pubblica. I gruppi guidati dal pianista Count Basie seguivano invece un percorso diverso, nel quale si lasciava sempre più spazio alle improvvisazioni dei solisti.

Si diffuse così la pratica della jam session, un incontro tra musicisti che decidono di suonare insieme ed eventualmente di mettere alla prova la propria abilità sfidandosi in lunghe improvvisazioni. L’originalità dello stile improvvisativo diventò un fattore sempre più determinante, e grazie ai livelli raggiunti da solisti come Lester Young e Coleman Hawkins il sassofono si impose come strumento principe dell’assolo jazzistico.

Jazz [2]. Da New Orleans a Chicago.

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Il primo jazz a New Orleans

La creazione di un nuovo tipo di musica. È difficile stabilire con precisione in che modo, a partire dai vari generi e stili musicali presenti in America agli inizi del Novecento, si venne a creare un nuovo tipo di musica che gradualmente prese il nome di jazz. Ciò dipende dal fatto che le prime registrazioni discografiche risalgono a diversi anni più tardi, quando ormai il jazz era un fenomeno diffuso e riconosciuto, per cui non possiamo sapere veramente quale fosse il suono del primo jazz.

Nella nascita del jazz ha un ruolo fondamentale New Orleans, il porto commerciale della Louisiana: agli inizi del secolo la sua popolazione era composita e comprendeva afroamericani insieme a Francesi, Spagnoli e Inglesi. A New Orleans inoltre si eseguiva musica di tutti i tipi: ogni evento pubblico era l’occasione per un ballo o per una fanfara di ottoni, nei teatri si tenevano rappresentazioni operistiche e, mentre per strada si esibivano anonimi cantanti blues, nel quartiere a luci rosse chiamato Storyville trovavano impiego i migliori pianisti di ragtime.

Creoli e neri. Al tempo della schiavitù, la popolazione afroamericana era divisa in due gruppi: i creoli di sangue misto, da tempo resi liberi e integrati nella vita cittadina, e i neri, che vivevano in condizioni assai disagiate. Molti creoli avevano ricevuto un’educazione musicale di stampo europeo e si differenziavano da quei musicisti neri (come i suonatori di blues) che erano musicalmente autodidatti. Con la fine della schiavitù (1865) e l’inasprirsi dei sentimenti razzisti nel Sud degli Stati Uniti, i creoli perdettero la loro posizione di privilegio e si ritrovarono a subire insieme ai neri la discriminazione razziale. Negli stessi anni la crescente richiesta di musica d’intrattenimento favorì la collaborazione tra musicisti creoli e neri, che cercarono di integrare le loro differenti concezioni musicali.

Nacquero così piccoli complessi formati da pochi strumenti a fiato (clarinetto, cornetta, trombone) con l’accompagnamento di contrabbasso (o bassotuba), banjo e batteria, la cui musica attingeva tanto alla tradizione bandistica europea quanto al ragtime e al blues (ascolta e suona il brano tradizionale Oh When the Saints). Questo modo di suonare, che venne successivamente denominato stile New Orleans, prevedeva momenti di cosiddetta polifonia improvvisata: un modo di arricchire una melodia di base dove gli strumenti a fiato si inseguono in un fitto intreccio di melodie, originando una festosa musica collettiva.

Gli anni Venti a Chicago

La musica di New Orleans raccolse per la prima volta l’interesse del vasto pubblico americano dopo che nel 1917 un gruppo di eccentrici musicisti bianchi (l’Original Dixieland jazz band) registrò quello che è considerato il primo disco jazz. In questo periodo gran parte della popolazione nera del Sud si stava spostando in cerca di lavoro, concentrandosi nei più importanti centri industriali statunitensi, come Chicago, che divenne il fulcro dell’attività musicale neroamericana degli anni Venti. Per il pubblico nero il jazz rappresentava ormai la principale musica di intrattenimento e per soddisfare questa richiesta le compagnie discografiche della città iniziarono ad attingere al ricco bacino di musicisti afroamericani. In particolare quelli provenienti da New Orleans, come il trombettista King Oliver, il sassofonista Sidney Bechet o il compositore e pianista Jelly Roll Morton, nelle cui registrazioni lo stile New Orleans raggiunse un perfetto equilibrio tra la cura degli arrangiamenti e l’apporto individuale dei membri della band.

Con la crescente diffusione del jazz i musicisti affinarono sempre di più la capacità di improvvisare nuove melodie a partire da un tema di riferimento. Tra loro, un giovane trombettista di New Orleans di nome Louis Armstrong si distinse subito come una personalità musicale d’eccezione. Grazie alla padronanza dello strumento e alle idee ritmiche innovative, Armstrong diventò ben presto un punto di riferimento per tutti i jazzisti. Il suono della sua tromba e il suo modo di improvvisare erano immediatamente riconoscibili e conferivano un vigore ritmico – uno swing – fino ad allora sconosciuto. Il percorso di Armstrong segnò una svolta nell’idea stessa di jazz: nacque l’esibizione del musicista solista che propone nuove invenzioni melodiche sostenuto dall’accompagnamento del resto della band.